Non avere paura

Dal Blog di Cosimo Lorenzo Pancini:

[Succede che ho in testa una citazione, che dice: “La paura non è un’emozione, è un difetto”. E succede che non so, sinceramente, se l’ho sentita dire da qualcuno o me la sono immaginata, o sognata. Il che imporrebbe, per paura d’una indebita appropriazione, il silenzio. E invece.]

La paura è quella cosa che stai per, e invece no.

Una cosa che impari da piccolo, in virtù del sillogismo banale che se un fuoco scotta, tutti gli altri lo faranno.
Quando diventi adolescente, poi, la paura credi di non averla più, semplicemente perché ci sei dentro fino al collo.
E se sei un giovane artista, un giovane creativo, uno che casomai vorrebbe lavorarci, con l’arte – ecco – la paura diventa il tuo peggior nemico.

Sei giovane, e hai paura del mondo, e della tua inesperienza.
Sei un creativo, ed hai paura di non esserlo abbastanza.
Vorresti fare dell’arte una professione, e hai paura di fallire.

Quando hai paura, e sei abbastanza intelligente da capirlo, la tua unica arma di difesa è l’ironia.

Diventi ironico ed autoironico, prendi in giro te stesso ed il mondo, e vai avanti.

Bella cazzata.

Tipo: quanto ci piaceva ridere pensando al modo in cui una volta eravamo stati presentati da Debora, per via del fumetto pubblicato in Francia: “Loro sono Cosimo e Alberto, due artisti quasi famosi”. Quel “quasi” ci faceva tanto ridere, ce lo ripetevamo tutte le volte che sentivamo il bisogno di vincere il sospetto orribile di non essere abbastanza bravi da avere successo. “E se sei tanto bravo, com’è che non sei ancora famoso?” – era un’altra battuta che ci piaceva tanto. Veramente tanto.

Così, lasciavamo aperta la porta alla paura, credendo d’addomesticarla con l’ironia. Pensando che effettivamente eravamo in grado di osare – sì – purché accompagnati da quella bestia instupidita dal pensiero del fallimento.
Meglio un successo piccolo ma sicuro che un futuro nebuloso e pieno di rischi.
Meglio un uovo oggi che una gallina domani, insomma.

Negli affari, allo stesso modo, ci dominava la prudenza saggia che impone di spendere mai più di quanto si prevede di guadagnare. Solo più tardi qualcuno ci avrebbe rivelato che il segreto di un imprenditore di successo sta nella capacità di dormire sui propri debiti.
E non per incoscienza.
Per mancanza di paura.

Di fronte ad un’accoppiata limoncello e birra Joe Sorren aggiunse che la paura – nel lavoro, nella creatività, nella vita – ha una sola funzione: quella di indicarci la strada giusta da seguire. Quell’idea che sembra sbagliata, quella strada che sembra deviare, quello scoglio che verrebbe voglia di fermarsi.

Quello scoglio che verrebbe di fermarsi, e invece.

E invece: oltre la paura, quell’inebriante senso di saltare nel vuoto, senza rete. In quell’ignoto dove ci aspetta – immenso – il fuoco freddo di una nuova idea.

Una nuova idea. Uscire dai propri standard, dalla propria “zona di comfort”.
Se non parli mai con gli sconosciuti, ne sarai sempre circondato.
Se continui a fare quello che hai sempre fatto, continuerai a ottenere quello che hai sempre ottenuto.
Sempre più spesso mi rendo conto che la paura altro non è che la paura dell’ignoto.
Tutto ciò che non conosciamo, ci spaventa.
È semplicemente così.
Non è riduttivo.
Dietro quella porta socchiusa, chi ci sarà? Uno zombie assetato di sangue, mentre di sottofondo una musica inquietante va crescendo? Non lo so.
Le montagne russe si romperanno a questa velocità pazzesca, e noi finiremo nel vuoto? Forse.
Mi ha detto che mi deve parlare, mi vuole mollare? Può darsi.
Incognite.
La paura, il non sapere dove siamo, ma soprattutto dove stiamo andando a parare, ci accompagna ogni giorno.
È questo il vero passaggio tra l’infanzia e l’età adulta.
Di botto, ti rendi conto che tutto ciò che non conoscevi e non potevi spiegare non poteva esser più spiegato neanche con le parole sacre della mamma.
Ad un certo punto, i tuoi tabù crescono, le domande si fanno troppe.
Ed il tuo non capire un cazzo di quello che ti circonda si fa troppo pesante, al punto che non capisci nemmeno te stesso, diventi uno sconosciuto nel tuo stesso corpo, e sei spaventato a morte.
Adolescenza, la chiamano.
Man mano che si cresce, che si diventa adulti, le paure tendono ad assottigliarsi. O così credono loro. Anzi, tu.
Alcune vanno via davvero, altre le nascondi sotto un tappeto; oppure ci sono quelle che credevi paure, e invece ora ti accorgi che ti sei fatto angosciare da niente, da minchiate; ma se ci ripensi, a quanto eri spaventato, non riesci quasi a crederci.
Ma la maggior parte rimangono.
E molte si trasformano anche.
La paura di sentirsi dire di no da quella ragazza. Perché potrebbe anche dirtelo, di no. Ma la paura del non sapere la risposta che darà è molto più forte della curiosità, e finisce che non le dici niente.
E poi, quelle che ti accompagnano sempre.
“Avrò fatto bene? Avrò fatto male?”
Chissà, se quella era la strada giusta. La scuola giusta.
La scelta sensata da fare.
Paura di sbagliare.
Paura di rendersi conto di aver buttato 5 o più anni della propria vita alle ortiche, e ritrovarsi d’improvviso spiazzati, perché quello che davvero volevamo fare non lo abbiamo capito, abbiamo studiato tutt’altro, e ora chi ce lo spiega come funziona il mondo?
Arrivare a 45 anni e svegliarsi una notte in preda all’ansia, perché “era questa la vita che volevo, che ho costruito pezzo per pezzo? Sacrificando il me presente per un ipotetico me felice futuro? E se non era questa, allora quale era? Quale, delle mille possibili?”
La scelta giusta.
Essere apprezzati dagli altri, paura di essere inadeguati, il continuo bisogno di certezze.

Paura.
Sconosciuto.

Nessuno di noi pensi di esserne immune.
La paura ci accompagna, ogni giorno.
Ed è una strenua e dura lotta tra noi e lei, loro.
Chiedersi continuamente se quello che stiamo facendo vogliamo davvero farlo, e perché.
Se tutto questo ne valga davvero la pena.
Non esiste uomo o donna che non sia accompagnato dalla paura.
Chi lo fa, non è un incosciente, non è una persona coraggiosa.
È uno stupido, o meglio, una persona che finge di non capire.
Perché è conoscere le nostre paure, imparare a dominarle, a conviverci, sapere che ci sarà sempre qualcosa di sconosciuto per noi, è questo che ci spinge a vivere.
È l’eterno dubbio, la continua ricerca di una conferma al senso delle nostre azioni.
È affrontare, ogni giorno, il rischio che ci sia qualcosa che non va, qualcosa di sbagliato.
Qualcosa che potevamo fare diversamente, e che potrebbe non esser la scelta giusta di oggi per domani, e chissà se domani sarà ancora quella giusta.
È riuscire a non farsi schiacciare dal peso di una responsabilità, che di incerto ha solo infinite strade possibili.
Imparare.

Imparare a non lasciarsi travolgere dall’onda, ma a cavalcarla.

Dichiarazione di intenti

Come dice qualcuno: “Dei tuoi intenti non me ne frega un cazzo, quel che conta sono le azioni, quello che fai.”
E quindi, ecco che agisco.
Troppo a lungo ho aspettato, per troppo tempo il blog è muffito nella sua spazzatura
e nel sudicio dei suoi angoli.
È tempo di tirare fuori il talento,
o almeno fare finta che ci sia.
O farsi il culo per farlo uscire fuori, questo talento.
E allora?
E allora poche chiacchiere.
Da oggi, farò come quel fottuto ZC.
Ma farò meglio.

Da oggi, una volta a settimana:
– Una pagina di chine
– Un nuovo articolo
– Una sceneggiatura della premiata ditta A&F&GRD
– Una scansione dell’80 Days Sketchbook (paraculeria rulez)

Mi sono rovinato con le mie mani, ma tanto se
non faccio così non si va da punte parti.

Ovvediamo quanto duro vai.

“La passione. Fallo solo per passione.”

Troppo tardi per le tortore

Si posano sul balcone, in due.
Sono eleganti, con quel piumaggio bianco crema, e quel cerchietto intorno al collo.
Vengono a mangiare un po’ di riso, sanno che lo troveranno tutte le mattine.
Una mattina arriveranno, e non lo troveranno più.
Sono tanti anni che vengono a mangiare il riso. Da quando sono nato, mi ricordo di averle sempre viste lì.
Eppure sono sempre timorose come fosse la prima volta.
Ed ogni tanto lo sono anch’io.
È l’ora di cena, ad un certo punto si alza, quasi senza motivo. Cammina a stento, va in camera, e torna con un braccialetto, di argento forse, non so.
“Questo è per te.”
Non so che fare. Non so che dire.
Lo prendo.
Vorrei chiederle perché, ma non lo faccio.
È bellissimo, e credo di capire.
Come quando ha dato un pacco di caffé al babbo.
Non c’erano cerimonie, non c’erano motivi per non farlo, se non ora e qui, adesso, prima che…
La casa, la sua casa, dove ha vissuto praticamente sempre.
Con tre figli e il marito.
Ora è sola, ma a farle compagnia ci sono tartarughe, tantissime tartarughe.
Le colleziona, sono dappertutto.
E poi libri.
Ha finito a malapena le elementari, ma legge.
Leggeva.
E andava al cinema, e a teatro, e
Il suo volto si illumina, quando andiamo a trovarla.
Lo vedi, lo senti.
Portiamo casino in casa, ma lei lo chiama “casino gioioso.”
È stato un buon casino.
E sorride, e il suo volto si illumina.
Senza bisogno di parole.
Mia nonna.
La guardo, e penso a com’era bella, come quella volta che in foto le chiesi chi era quell’attrice.
E penso a com’è cambiata.
Eppure è sempre lei.
Se guardo le foto, leggo il passare degli anni.
Ma rimane sempre la nonna.
Che quando andavo a trovarla, andavo a Roma, che era la casa della nonna. E pensavo “Com’è grande casa della nonna!”
E adesso la vedo camminare, circondata dalle sue tartarughe, dai suoi libri.
Dagli scaffali ricolmi di funghi e pomodori essiccati del nonno.
Ce li regala.
Si alza, incerta ma decisa, e ce li porta.
“Sono vostri.”
Perché?
Perché ora?
Glielo avrei voluto chiedere quando mi ha regalato il braccialetto.
Me ne aveva regalato uno simile, che si è rotto e ancora conservo.
Perché durante la cena ti sei alzata e sei andata a prenderlo?
In cuor mio, lo so.
Non c’è tempo, tesoro.
Voglio dartelo ora finché posso.
Voglio ricordare a te e a tutti che c’ero, ci sono stata.
Che sono stata importante.
Questi sono ricordi di me, e qualunque momento è quello giusto per darli a voi e rendervi partecipi.
Non dire mai queste due parole: “È troppo tardi.”
E ora, temo che sia davvero troppo tardi.
E tutto quello che vorrei, sarebbe di mettermi a sedere davanti a lei, con lo sketchbook, un registratore… anzi, senza niente.
I miei occhi, le mie orecchie, il mio cuore.
Sedermi davanti a lei, e dirle:

“Raccontami…”

Frusciante

Un piede, muovi la gamba, poi l’altro piede.
In piedi, colpo di gambe e via.
Non esistono motivi per non scegliere la bicicletta.
Lo sapeva bene, lui.
Con lo zaino sulle spalle e la testa un po’ meno, lui pedalava.
E mica era mero esercizio fisico, eh.
Era molto, molto di più.
Perché ogni volta che inforcava quel fedele destriero, si sentiva un po’ più vivo.
Un po’ più libero.
Certo, dopo un po’ gli facevano male le gambe.
Ma era un dolore appagante, sentire i polpacci e le cosce tirare come degli elastici.
Era pura potenza, lui.
Quando doveva alzarsi la mattina, bastava poco.
Zaino in spalla, via il lucchetto, cuffie nelle orecchie e via.
Perché con la musica giusta, lui e quella bici potevano arrivare dappertutto, dappertutto dico.
“Sei più libero, no?”
Mi diceva sempre.
“Che te ne frega a te dei sensi unici, dei semafori, di andare a dritto o sterzare all’improvviso, delle macchine che, santoddìo, strombazzano e fanno un casino della madonna, e poi porca di quella miseria e dei loro gas dei tubi di scappamento…”
Ma col dovuto rispetto, intendiamoci.
Tranne per quelli che vanno a piedi in pista ciclabile.
O quelli che ci finiscono in mezzo con la testa per aria.
Tutti sognatori, no, che prendono e si buttano in mezzo alle ruote di una bici, oppure te suoni e loro non si spostano, non si spostano neanche se gli vai dritto addosso….
Per carità, uno che va in bici queste cose le sa. Tutti i ciclisti sono un po’ sognatori, con la testa tra le nuvole.
Ma un po’ di attenzione, almeno.
E rispetto, poi.
Libertà, diceva, ma diceva anche che lui, fastidio agli altri, mai.
Poteva mettere sotto stress la bici, lui.
Rischiava, oh se rischiava! Ma solo per se stesso, mica anche gli altri.
Se c’era da rischiare, lo faceva solo per sé, ma a quelli intorno lui un occhio ce lo buttava (due se c’erano belle ragazze).
Però gli altri se ne fregavano.
E lui allora diceva “Tanto prima o poi uno l’investo, ma non lo faccio perché son troppo buono..”
E non ce l’ha mai fatta davvero, alla fine.
Quante smadonnate gli avevo sentito tirare.
Per tutte le buche che beccava e che rischiavano di ribaltarlo.
Per tutte le catene che gli erano saltate! Alcune senza senso, così, perché gli prendeva anche a lei, povera catena sporca di morchia, quel guizzo di libertà e allora “alé, via si parte!” e giù katacrash! e moccoli e porcadiqui e porcadilà e scendi dalla bici e gira la bici e “Sono in ritardo eccheccazzo!” e le mani sporche unte di grasso.
Quante volte gliel’avevo visto fare…
Eh, ma poi ripartiva come un lampo.
Pigiava su quei pedali.
Più veloce di prima, perché aveva perso tempo.
E poi quante bici aveva rotto, divise a metà, freni rotti, rotta l’asse, le ruote.
E le gomme cambiate? Non le contiamo nemmeno.
Ma a cambiarle da solo non aveva mai imparato.
Lui e la bici.
Ogni tanto glielo richiedevo, perché andava sempre in bici.
E ogni volta se ne usciva con un motivo nuovo.
Perché se bevo, e io bevo, poi nessuno mi deve rompere il cazzo.
Perché sono libero, vado dove voglio, faccio quello che voglio. Già la vita è una continua costrizione, almeno la libertà in bici me la vogliono lasciare?!
Perché almeno non consumo niente, e respiro.
Perché se alzo la testa per aria vedo sempre dove sto andando e chi e cosa ho attorno, e posso vedere angoli di muro della città che non avevo mai visto prima.
Ma il momento più bello era quando ti parlava dell’equilibrio.
Lì sì che rimanevi incollato alle sue parole con gli occhi lucidi, mentre i suoi cominciavano a splendere, giuro, a splendere. Lo vedevi traboccare passione, e potere anche.
Mi diceva “Vedi, la vita è una questione di equilibrio. Non sembra, ma siamo tutti equilibristi. Ci muoviamo continuamente sul filo di un rasoio, e dobbiamo sempre fare attenzione per non tagliarci, perché basta poco e scivoliamo, e ci tagliamo, o peggio, caschiamo nel nulla. E dobbiamo saperci fare i conti con questo. E il modo migliore è usare quelle gambe che abbiamo e pestare su quei dannati pedali.
Chi usa la bici non ha niente da invidiare ad un pattinatore, anzi, sembra di fare pattinaggio con delle scarpe di vetro.
Perché prima un pedale e poi l’altro, sei sempre in equilibrio, e il tuo corpo e la tua mente e la spinta che imprimi sui pedali determina minore e maggiore equilibrio, e perderlo, in bici come nella vita, è un attimo.
Filare a settanta all’ora sui viali superando le macchine e superando gli idioti rinchiusi in quelle gabbie di vetro e gomma e lamiera, è vita, è saper convivere con il rischio di cadere che abbiamo ogni giorno.
Sentire il vento tra i capelli, il caldo che ti avvolge e il sudore che ti bagna poco prima di entrare in aula e la gente ti guarda male e te dici che sei venuto in bici e quelli ti guardano ancora peggio, vale tutto l’oro e tutto il petrolio del mondo.
Può sembrare facile no, sfrecciare in bici per la città, prendere le curve piegando e sentendo i polmoni stridere e il ginocchio che sfiora l’asfalto. E fregarsene di tutto e di tutti.
Ma non è così che si fa.
Non è così che si vive.
Prendi una bici, e ti dimostrerò come si vive.”
Questo, mi diceva.
Lui, che incidenti non ne aveva mai fatti, in 23 anni di vita.
Mai.
Lui che rischiava sempre e solo per se stesso.
Ce l’avevano fatta, alla fine.
Aveva combattuto fino in fondo, spirito libero com’era, aveva provato a non dargliela vinta.
Era rimasto in equilibrio, c’era rimasto con tutta la forza che aveva, c’era rimasto finché aveva potuto.
Ma alla fine, la ruota del destino aveva girato anche per lui.
E scommetto che la sua ruota era un cerchione coi raggi tutti storti…
Ogni tanto mi sembra di sentirlo ancora scampanellare sotto casa mia, quando passava a salutarmi…

Il Male

Sei pronto, ragazzo?
Tutto ciò di cui hai bisogno è già dentro di te.
Sii svelto, ragazzo.
Abile di testa, svelto di mano, veloce con le gambe.
Non perdere tempo.
Mai.
Non cedere il passo, ma sii cortese.
E ricorda, qui si lotta minuto per minuto.
Si digrigna i denti, si sputa sangue e saliva per un centimetro.
E soprattutto, non si smette mai di combattere.
Non ti arrendere mai, ragazzo.
E quando avrai finito, rimani in piedi, ringrazia tutti e saluta il tuo pubblico, perché è per te che lotti, ma anche per loro.
Sei pronto, ragazzo?
Questa è la vita.
Paradenti, fasce e guanti.
Il ring ti aspetta.

Sono intorno a noi

Capitano a tutti quei sabato di giovedì notte, che uno si alza con la luna storta, un paio di canzoni stupide in testa e riesce ad ascoltare solo quello.
Magari abitate in un appartamento vicino alla stazione, e quando vi alzate la mattina presto per il caos delirante di quelli che partono presto credendo di non trovare confusione e poi sono quelli che trovano invece più marasma degli altri, magari vi incazzate un po’, e andate a curiosare giù alla stazione del vostro piccolo paesino e pensate “tutta questa gente che parte, e perché non parto anch’io?!”
E magari siete appena tornati da una Costacrocieralavacanzachetimanca, o da una fattoria sulle montagne dove il cellulare non prendeva e facevano il formaggio nella casa accanto, e vi siete  sentiti un po’ più giovani un po’ più vecchi, e tornati a casa avete risfogliato i vecchi album di foto e vi siete rivisti come eravate a 23, 27, 28 anni, e com’ero diverso allora, e adesso cosa sono diventato, e cosa ho fatto, e cosa dovrei fare.
E le foto che non avete ancora cancellato dal display, e quelle che dovete stampare, e la lavatrice che non funziona, e l’afa, il caldo, le zanzare, un ventilatore rumoroso per soffrire un po’ di meno, e in un cassetto le lettere che non vorrete mai rileggere e i libri che non avete ancora finito, o quelli che servono solo a dire “sì ecco ce l’ho anch’io quello, davvero bello” ma poi di cosa parla? e la sera a cena mozzarella e pomodori, un bicchierino di vino portato dagli amici che, guarda, Porto è una città stupenda, non costa nulla, fa caldo ma è bella, puoi fare di tutto, l’anno prossimo torniamo, e il giorno dopo poi lei ha la febbre e voi la chiamate e come stai e raccontami un altro po’.
E intanto la casa al mare che fatica, ma ne vale la pena, e poi è così carina, è rilassante, e poi di nuovo a casa a lavoro in cucina.
Per rilassarvi un cinema all’aperto, o un libro tranquillo, Baricco per esempio, tanto d’estate nessuno vuole venire al cinema, e
i figli che non si alzano, che ormai sono grandi, e voi siete fin troppo grandi, perché siamo cresciuti così alla svelta? Ma chi ce l’ha fatto fare? Ho fatto tutto quello che volevo? Ho fatto tutto quello che potevo? “Sono io fuori dal gruppo, sono io dentro al gruppo?” Sono vero, sono reale, sono giusto o sbagliato?
Ma poi siete stanchi, ed è meglio non raccontare cosa accade nelle lenzuola, e se dite ai ragazzi di rifare il letto sempre un motivo ci sarà, e la colazione da riordinare, e la tavola da sparecchiare, ed il pranzo da cucinare, e un cd di musica classica non guasta…
Ecco il TG, di cosa parlano, ah ci risiamo, non andrò mai in pensione, ma senti come è intelligente Federico, e guarda non siamo mai tutti insieme a tavola, e si è perso un po’ tutto quello che noi avevamo? Ma cosa me lo domando a fare…
Sul divano, ancora TG, magari distesi, una tazzina di caffè, anzi, thè, perché avete la pressione alta, ed è in quel momento di sonno, in quell’abbiocco, quell’istante che sta tra l’esser svegli e cercare di dormire da una mattinata faticosa che presagisce un pomeriggio ancor più faticoso.
Ma chi me lo ha fatto fare?
Chi ha deciso di mettermi al mondo? Non potevo decidere io?
Avrei scelto bene? Cosa ho fatto di giusto? Cosa ho fatto di sbagliato?
Ho fatto bene? Ho fatto male? Perché non sono scappato?
Ma la amo ancora? Ma è vita questa? Ha avuto un senso? Ha avuto un perché?
È vero? È falso?
Bianco? Nero?
Grigio?

” Tutto quel mondo, quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n’è. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? ”

Come una storia che si avvia ad una conclusione, e mentre cercate il finale, un finale adatto, lo cercate disperatamente tanto da non accorgervi che quello giusto vi è già passato sotto gli occhi chissà quante volte…

Una tromba muta, però dance e un po’ kitsch

Si alzava sempre ascoltando il suono di una tromba, la mattina. Non proprio sempre, ma spesso. Era la sua sveglia. Una vecchia canzone di quando era troppo giovane per ricordarsi le canzoni, e infatti l’aveva ritrovata e se la ascoltava fino alla nausea.
È che non sempre si svegliava. Aveva cominciato a mettere la tromba accanto al letto, ma si svegliava e la spengeva e si rimetteva a dormire. Dopo un po’ aveva cominciato a non svegliarsi proprio; la spengeva nel dormiveglia.
Allora la metteva sulla scrivania, così che doveva saltare giù dal letto (a castello) e andare a spengerla. Per un po’ aveva funzionato. Poi però aveva cominciato a tornare a dormire dopo che si era buttato giù dal letto. Prima ogni tanto, poi sempre più spesso.
Allora aveva autoimposto al suo cervello che, quando si alzava la mattina, se ne andava dalla camera. Così gli passava il sonno.
E per un paio di giorni aveva funzionato.
Poi però si era accorto del divano.
E tanto cinque minuti sul divano cosa vuoi che siano.
Così aveva cominciato a dedicarsi al caffè. Uno la mattina, e stop. Poi la moka da due, e stop. Poi la moka da due e ogni tanto un caffettino all’università, macchiato.
Poi aveva smesso per un po’, poi aveva ricominciato uno alla mattina, poi moka da due, poi moka da due e all’università, macchiati, e ancora stop.
Poi aveva cominciato col guaranà.
Una pasticca alla mattina, e moka da due.
Due pasticche alla mattina, e moka da due.
Due pasticche alla mattina, una di ginseng e moka da due.
Due pasticche alla mattina, due di ginseng e moka da due.
Una o due alla mattina, due o tre di ginseng e moka da due.
Una o due alla mattina, due o tre di ginseng e moka da due e uno ogni tanto all’università, macchiato.
Poi aveva smesso.
Era arrivata l’estate, un caldo boia e una valanga di cose da fare.
E giù di caffè shakerati.
Uno alla mattina.
Uno alla mattina, uno normale il pomeriggio.
Niente più guaranà o ginseng, né guaranà e ginseng.
Però uno, anzi due o tre visto che sono moke grandi, la mattina; e di pomeriggio, aveva perso il conto. Una volta cinque in un giorno, tipo.
E ci credo poi che era nervoso.
Ma non proprio nervoso, perché in realtà si incazzava un poco più facilmente, ma possiamo fargliene una colpa? E come facciamo a sapere che era proprio il caffè a renderlo nervoso?
Cazzo, ci sono miliardi di motivi per essere nervosi al giorno d’oggi, non è detto che il caffè sia per forza la motivazione principale.
E poi aveva ancora sonno.
Così capitava che si svegliava la mattina più tardi del previsto. Non troppo, però più tardi.
Sempre ascoltando il suono di una tromba, la mattina. Non proprio sempre, ma spesso. Era la sua sveglia. Una vecchia canzone di quando era troppo giovane per ricordarsi le canzoni, e infatti l’aveva ritrovata e se la ascoltava fino alla nausea.
E a dire il vero, era un po’ kitsch.
Un po’ molto kitsch.
Ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta.

 

Entropia nell’armadio: zona adibita alla caccia concettuale

Ovvero la naturale predisposizione di ogni cosa a tendere al caos più totale.
A partire dal mio armadio.
Ho dato infatti un’occhiata al mio armadio, e ho visto l’aberrazione, la corruzione, il degrado. Sì vabbè insomma, c’è un casino totale.
Camicie appallottolate, sgualcite, pantaloni che stanno in posti in cui non dovrebbero stare e neanche esistono, magliette che non ci sono più, montagnole di vestiti che non mi ricordo più se sono puliti o no, eccetera eccetera.
E allora, per associazioni mentali tanto care a persone di elevato livello culturale e di notevole personalità, ma io preferisco ricordare l’astronomo di una vecchia puntata di South Park che partendo da sesso anale arriva a parlare di virus informatici, o qualcosa del genere, ripenso un po’ a me e a quello che sono.
O che ero, fa lo stesso.
Profonde trasformazioni sono avvenute, me ne sono accorto. Più o meno come volevo, sono arrivate poco a poco, spostando angoli di sudiciume e rendendoli opere d’arte perché si sa che anche un cumulo di spazzatura può possedere l’aura, anche se sarebbe meglio possedesse Laura. Ma sono ancora tanti gli stucchi da mettere, le pezze da cucire, le scartoffie da buttare via, sì, stavolta buttare, perché ci serve tutto e tutto si riusa e si ricicla e non esistono errori ma opportunità, ma non si può transigere alla termodinamica, e tutto tende al calore disperso e quindi al caos, e quindi qualcosa di nocivo va buttato.
Prima o poi ce la faremo, vedrai.
Pezzo per pezzo poco a poco.
Testa di cazzo.
Intanto dovrei imparare alcuni mantra utili alla mia sopravvivenza.
Ecco, ho già scordato tutti i nomi.
Cazzo.
Devo rileggerli.
“Con rammarico ma anche con speranza. Il primo Eric Sanderson.”
Ecco che i ricordi cominciano a riaffiorare. E con loro qualcun altro. Qualcos’altro.
Un pesce concettuale, un raffinato predatore.
Lo sento già, so già come funziona.
Da sempre provo a ribellarmi; anzi, da mai, perché in realtà un po’ ci provo, ma fallisco quasi sempre miseramente.
Ma ti giuro, bastardo, che non l’avrai vinta tu. Sarò io a vincere, non sarai tu a fottermi. Troverò le armi adatte, le troverò, stanne certo.
Ma l’attacco prosegue, ed ecco che da seduto i pensieri si confondono, si perdono, e tutti i buoni propositi svaniscono, scappano; la loro scia viene nascosta da un’ombra inquietante, ed ecco che la testa si fa pesante, e i pensieri cercano di diventare leggeri, non vogliono più faticare.
Ed è allora che la testa si volta, e
Dio, ma come cazzo è possibile? 15enni con tette all’aria, sedicenni col prof. BadTrip in fotoprofilo, e non sanno neanche chi cazzo è, magari. E poi non la danno, capito. Poi quelle che ma lasciamo stare, non me no, cioè per niente… vediamo di qua… solo un altro secondo…
Vaffanculo vaffanculo cazzo.
Ma piano piano, ma non troppo, ce la posso fare. Ho bisogno di cercare più a fondo e trovare i giusti agganci.
Per adesso, mi basterà il mantra di DFWCLPA.
Tutto il resto è dentro di me.
Basta saperlo trovare, come disse una volta un gabbiano bianco.
Sto scoprendo me stesso, e non vedevo l’ora. Ho ricominciato a capire chi sono, chi ero, e dove andrò.
Alla faccia tua, schifoso ittiopside.
La caccia è aperta, signori.

Testa di cazzo.

Sudore

Ero sull’autobus, il 2 per la precisione, di ritorno dall’università.
Niente iPod, e leggevo Dorfles.
Chissà, avessi avuto l’iPod non sarebbe successo niente…
L’autobus è semideserto, ci sono io che leggo Dorfles, l’autista e un vecchio.
Fa un caldo bestia. Presente no, quel caldo che fa in questi giorni? Ecco, quello.
Sto sudando come un matto.
Il vecchio è seduto di fronte a me. Dopo un po’ attacca.
“Caldo eh?”
– Davvero – dico io, e continuo a leggere Dorfles.
“Bella giornata, però fa caldo. Mi ricorda di quanto combattevo in Africa..”
Vai, penso, un altro vecchio che non sa con chi parlare e attacca bottone con tutti quelli che incontra. Vabbè, facciamo finta di sentire che dice.
“Perché io ho combattuto in Africa, sai. Sotto Mussolini. Non che avessi molta scelta. Però ho combattuto, e sentissi che caldo. Molto più caldo di ora. Però io sudo lo stesso, sarà perché son vecchio.”
Io ascolto ma continuo a leggere col capo chino.
“Stai sudando anche te, eh?”
Mi tocca alzare lo sguardo; non ce la faccio a non guardare la gente che mi parla.
– Sì, abbastanza. Sono uno che suda poco. –
“Hai mai pensato a quanto è importante il sudore nella nostra vita?”
– ? –
“Ma sì… il sudore è, per come la vedo io, l’anima che sprizza fuori dal nostro corpo. Altro che il sangue, è il sudore il vero simbolo della fatica e dell’agire umano.”
– In che senso, scusi? – e intanto penso questo è matto.
“Pensaci su, ogni volta che fai qualcosa, che fai qualcosa per davvero, sudi. Quando hai paura, sudi freddo. Butti fuori qualcosa, che magari è il coraggio, o forse che ne so, la roba che ti fa paura ma la paura rimane.”
– Ah. –
“Eh sì, e poi quando sei sotto il sole, anzi quando ero sotto il sole d’Africa in divisa, a dire sissignore e signorsì, e morivo dal caldo, perché la divisa è pesante e il fucile ti puoi immaginare, anche quel sudore lì rappresentava, boh, la follia della guerra? La nostra stupidità? Però sudavamo, capisci. Il sudore è importante.”
Non so che dire, e sparo un – Certo, butta fuori le tossine e tiene la pelle fresca… –
“Eh ma non è solo quello.. pensa ad un operaio che si spacca la schiena sotto il sole, solleva mattoni, appoggia mattoni, pensa quanto suda, sudano sempre gli operai. E Dio non ci ha detto all’uomo che si doveva guadagnare da vivere col sudore della propria fronte?”
Annuisco.
“E sai son tutti tipi diversi di sudore, ognuno col suo perché, eh. Il sudore degli operai, di chi lavora davvero; quello freddo che ti si appiccica alla pelle di chi ha paura, quello del caldo dolce perché ti stai abbronzando al mare in compagnia della tua donna e allora stai bene a crogiolarti lì al sole; quello afoso, duro come il calcio del fucile di noi che combattevamo; quello umido e afoso che ti fa affogare in una palestra di boxe.”
– Anch’io faccio boxe in una palestra afosissima. – dico
“Lasciami finire! Dicevo? Ah, il sudore della boxe, che ti fa affogare, ti fa scivolare, il sudore di chi combatte; e poi c’è quello di chi si ama, che quando ero giovane io… anche ora, i giovani, insomma, quando si amano, trombano; non c’è niente da fare. E magari sei in tenda, o a casa di lei, sotto le coperte, ed è estate, e fa caldo, e te sudi come un dannato, perché trombi, no, però anche quel sudore ha un odore diverso, è il suo, capisci?
E sono tutti così, tutti diversi, ognuno a tirarci fuori un po’ di anima a tutti noi, per far vedere che ce l’abbiamo, l’anima. Mi ricordo il sudore con la mia, di ragazza, era bello. Ma quello in guerra, per quanto brutto fosse da sentirsi addosso, sai proprio pesante, non lo scorderò mai…”
– Ci credo. In parte la posso capire. Sa, certe cose a me, per fortuna o per sfortuna, non sono mai capitate… –
“Beato te..”
– Però, senza offesa, non le sembrano un po’ un’esagerazione questi discorsi? Un po’ troppo assurdi ? –
“Be’ effettivamente sì. Sono un po’ da matti, da vecchio che ha voglia di parlare con qualcuno. Però sono sicuro che c’è chi magari li trova interessanti. Prova a chiedere ai tuoi amici che stanno leggendo ora il tuo blog, e ora si stupiscono perché mi sentono parlare così. E adesso che il muro che c’era tra narratore e lettore è caduto, chi può dirgli cosa è davvero è reale? Come fanno a sapere adesso se è vero che hai un incontrato un vecchio mezzo matto sull’autobus, se ti sei inventato tutto di sana pianta, se la verità è nel mezzo, né bianca né nera ma grigia? Capisci a questo punto che il mondo che hai sotto gli occhi è solo questione di prospettiva, no? Ma queste cose non interessano a quelli che leggono il tuo blog..
A che fermata scendi?”
– Alla prossima.-
“Anch’io.”