Angoli

L’estate è uno stato mentale

Ieri sera non ho cenato. O meglio, ho cenato con un due bicchieri di vino bianco a stomaco vuoto, mezzo pacchetto di patatine fritte e tre fette di salame. Il tutto alle due di notte, perché sono rientrato tardi da lavoro, e nonostante avessi già una cena mezza pronta, non avevo cazzi di cucinare.
Perciò ho dormito poco, almeno secondo i miei standard. Mi sono addormentato alle tre e mezzo con lo stomaco che si contorceva, e mi sono svegliato alle nove con una discreta botta. Ma niente che mezzo litro di succo e i miei venticin… ventisei anni non possano guarire. Quando sarò più vecchio magari mi darò una regolata, ma ora che posso farlo, affanculo mangiare sano e regolare. D’altronde Massimo Zanardi mangiava effettivamente solo una volta ogni due giorni.
Insomma, dopo una serata del genere, svegliarsi presto con un sole abbagliante è una medicina perfetta. Specie se vivi in Germania, dove il sole è una leggenda metropolitana.
Per coronare il tutto, ci vuole un bel giro in bici.
Ho inforcato perciò la mia fedele Bianchi e sono partito in direzione della campagna. Che ci crediate o no, poco fuori Brema è tutta campagna. Ed è una roba spettacolare. Verdissima, corroborante. Sterminata, per chilometri e chilometri, data la piattezza del paesaggio. Si alternano ogni tanto pale eoliche, vecchi magazzini, recinzioni, archeologia industriale.
Per me è un sogno. È una di quelle cose che non so spiegarmi, che mi piacciono e basta.
Recinzioni storte, staccionate di legno scortecciate, vecchi lampioni solitari immersi nel verde, capannoni abbandonati. Ruggine. Strade sterrate. Immerso nel verde, tra campi d’erba altissima, alberi e cespugli.
Pedalando a velocità folle, stordito dall’abbacinante sole di mezzogiorno, per un po’ mi sembra di essere già in estate, con quel cielo azzurro intenso e la canicola. La canicola è bellissima. Non solo è una parola stupenda, ma racconta così tanto. È quel caldo leggermente afoso, ricco di profumi e di sensazioni. Ha un odore tutto suo, una sensazione di calore che mi circonda e ha una luce che schiarisce e rende tutto un po’ più definito. Mi ricorda le città di porto, case bianche in pietra, asfalto secco e silenzio. Solitudine. Odore di mare e di vento.
Pedalo, travolto dalla canicola, dal verde e dal vento. L’ambiente è perfetto. Penso di poter vivere un Blast, forse lo sto già vivendo. L’onda d’urto di un’esplosione… sospeso per una frazione di secondo e interiormente distrutto.
Forse è questo che sto cercando, quello che sto rincorrendo in bicicletta, che provo a fare ogni volta che ho del tempo libero e uno spiraglio di sole. Cerco l’ispirazione, un’illuminazione, qualcosa che mi indichi la strada da seguire, o almeno la direzione. La cerco disperatamente e pedalo ancora più rapido, ancora più folle.
La bici e la velocità mi aiutano a focalizzare i miei pensieri. Concentrato sui pedali e su ciò che vedo davanti a me, mi si schiarisce la mente. Mi purifico, elimino scorie e metto meglio a fuoco ciò che prima era annebbiato. Ragiono molto, quando pedalo. Forse fin troppo. È per questo che pian piano, sottile e bastarda, si fa strada un’altra convinzione. Non è l’ispirazione che sto cercando. Non è la ricerca di una strada, o di un senso.
Sto scappando.
Sempre più rapido, sempre più disperato. A perdifiato. A capofitto.
All’inizio non capisco bene da cosa. Da un lavoro? Da una casa? Da una città che non sento mia? Da un futuro che non mi appartiene? Da cosa sto scappando?
La risposta a tante domande è semplice quanto devastante.
Da me stesso. Pedalo il più veloce possibile, il più disperatamente possibile, per scappare da ciò che sono, o credo di essere. Da ciò che non vorrei, essere. Ma è inutile.
Ahimé, non si può sfuggire a sé stessi. Non importa quanto lontano vado, sono sempre lì.
E poi all’improvviso, è l’ora di tornare a casa.
Il Blast, la fuga, è durato tutto un’istante.
Tra due ore entro a lavoro. Meglio non fare tardi.

Sulla via del ritorno, un vecchietto, vedendo che mi guardavo intorno disorientato, mi ha chiesto: “Tutto bene ragazzo? Ti sei perso? Sai dove sei?”
-Mi sono perso, ma è esattamente dove volevo essere.-

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Non riuscivo più a scrivere

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Ho abbandonato la scrittura per anni.
Ci ho provato, per un po’, ma poi ho quasi fallito.
Avevo vagamente cominciato con questo blog, scrivendo fondamentalmente cazzate tardoadolescenziali e racconti strampalati.
C’erano anche persone che mi dicevano che ero bravo, a scrivere.
Lo credo tutt’ora, di essere bravo a scrivere. E modesto, anche.
Ma poi ho smesso.
C’era un problema di fondo.
Non sapevo cosa scrivere.
Una specie di blocco dello scrittore.
Terribile.
Non sapevo più cosa scrivere.
Non solo, non sapevo più per chi o per cosa stavo scrivendo.
Quando hai diciassette, diciotto anni scrivi perché sei un adolescente del cazzo e vuoi provare a trasporre su carta le tue paranoie, i tuoi problemi.
La scrittura diventa la tua via di fuga. Immagino che sia così per tutti gli scrittori. Alcuni bevono, per fuggire. Alcuni scrivono e bevono. Io faccio entrambe le cose.
Bagni Proeliator è nato perché Nebo era bravo a raccontare cazzate, stava passando una vita da schifo e all’improvviso ha visto la luce. Le Storie del Cazzo ha vissuto da adolescente una vita di privazioni, e ora scopa come un coniglio, e ora racconta le sue scopate.
Ma io, che cazzo dovevo scrivere?
Cosa dovevo raccontare?
Cosa avevo di così interessante, che valesse la pena di essere letto?
E chi c’era che voleva leggere le mie stronzate?
Ecco, queste sono le domande che mi hanno violentato la voglia di scrivere, per anni.
Oltretutto, ho trovato come surrogato alla fuga della scrittura una fuga vera, scappando in Germania.
Però pian piano il senso di fastidio di non scrivere ha cominciato a crescere.
E stanotte, venerdì 14 aprile 2017 alle ore 3.53 circa è esploso.
Complice la birra, e una situazione molto particolare, frutto di altrettante situazioni particolari.

Ho finalmente delle nuove idee. So vagamente di cosa posso scrivere. Posso riprovarci.
Posso trovare il tempo per farlo.
Poi, se a leggermi saranno i miei soliti tre amici, chi cazzo se ne frega. Non credo di voler fare lo scrittore, da grande. Cazzo, non ho la minima idea di cosa voglio fare da grande.
Voglio scrivere solo perché lo so fare, perché era divertente e lo è tutt’ora, perché mi piace, e perché è una splendida valvola di sfogo.

Vedremo come andrà a finire.
Come diceva Munari, “da cosa nasce cosa”.

Ritorno al mondo nuovo

Ebbene sì.
Dopo due anni di vuoto ho deciso di riprendere in mano questo angolino di web.
Sono riuscito in qualche modo a rompere il blocco dello scrittore che mi assediava da tempo, e quindi è il momento di rimettersi a scrivere.
E come ogni ritorno porto novità: questo fottuto accumulo di scritti vari sarà più ordinato del passato.
Niente più disegni o cazzate fatte tanto perché dovevo dare un esame, niente più roba che non c’entra nulla e che non interessa a nessuno.
Solo scrivere, scrivere, scrivere.
E raccontare, e magari discutere, polemizzare, fare recensioni.

Insomma, si respirerà aria nuova.
Speriamo non sia aria di letame.

(anche se “dal letame nascono i fior.”)

Ci son quelle sere che vengon su a poesia – versione notturna

Si diceva, che ci son quelle sere che vengon su a poesia.
Alimentate forse a caffè, di quello che non prendevi da qualche giorno e poi tutt’a un tratto ti dà ‘na botta tale che ti parte su l’ispirazione e non finisci più.
Finché non finisce il caffè. O la musica, almeno.
Son quelle sere che il karma lo devi chiamare destino, perché anche McCandless te lo insegna, che certe cose vanno chiamate col loro vero nome.
Comunque si diceva, che magari quei cinque minuti persi in più a chiacchiera son quelli che ti fan chiudere in faccia il programma di prenotazione libri in biblioteca, e “mi spiace ripassi domani perché son le sette e cinque e noi alle sette chiudiamo”.
E che magari eri rimasto a parlare di rilegatoria per cinque minuti in più del dovuto.
Ma l’ispirazione, così come la poesia, va e viene.
Segue il destino, che a colpi di caffè e di sonno ti fa stare sveglio ad aspettare un nonniente e poi per l’appunto recuperi quei due libri  che davi per persi da tempo, perché li aveva nascosti una ragazza fiore col cappotto grigio tristezza. E se non rimani sveglio, magari, la ragazza fiore, chi la vedeva più.
È così che il destino se ne va, senza bisogno di pendolini, e tirandoti fuori robe che aspettavi da troppo tempo. Perché basta aspettarlo, e dopo un po’, arriva. Quando meno te lo aspetti. Tipo il 3 direzione Nave a Rovezzano. Io è un sacco che aspetto un certo autobus, ma ancora ha da passare.
Si vede che il karma sbaglia anche quando ritorna.
Ed appunto, si parlava di destini e vedi che ritorna il karma.
Si vede che il caffè sta per finire.

“Posso offrirti un caffè, ragazza fiore con le labbra di glicine?”
-Mi spiace, mi piacciono le donne-

Dovevo nascere ricco

Dovevo nascere ricco.
Così potevo fare tutte quelle cose che non ho mai potuto fare.
Cose di poco conto.
Tipo viaggiare un casino.
Imparare ad andare sullo snowboard, ed andare una volta all’anno a sciare.
Fondare una fighissima ed undergroundissima rivista di grafica-fumetto.
Frequentare una scuola di design da 16.000 euro all’anno.
Magari a New York.
Ho sentito parlare bene di New York.
Anche di Berlino.
Ecco, anche andare a Berlino.
Farmi tatuaggi.
Fare tatuaggi.
Comprarmi una moto.
Mangiare più spesso fuori.
Ma non sono nato ricco.

Peccato.

(questa cosa che ho scritto mi ricorda le poesie di Guido Catalano, ma lui è dannatamente più bravo, e io volevo davvero nascere ricco.
Comunque sia, riporterò in vita il blog con grandi cambiamenti)

Genetliaco allora

Svegliarsi tardi.
O quasi
Pensando di svegliarsi presto.
studio e cazzeggio e colazione e poi alla

una bistcca alla coop

preparo il pranzo, cucina in disordine

lezione???
Sclerata del Cozzi
a casa, ancora da risistemare cucina in disordine:
Scleri, furia, fretta. nonna che

Cena peserrima, chili di bistecca e patate, pasta venuta bene.
Spumante

Cioccolaaaahtaaaah
Fuori, bere, shottini, succhi gastrici, offerte, pochi amici ma buoni, poche amiche ma buone, poi chissà, bevute offerte, vulcani e birre, amici me stessi più vecchi discorsi su secchio “seifrogiogialluga” e “brruchi” e poi vedrete domani e GS.
Speriamo bene my friends, speriamo bene.
Amici, amici, amici.

FFF

A casa a dormire e scrivere cazzate.
Che sooooonno.

 

Ma domani andrò a lezione?

 

SOC

Una religione d’inchiostro

 

Un foglio di carta piegato in quattro come un origami,
tre sfigati di tre diverse generazioni,
una donna che fa sempre di testa sua,
una Casa della Creatività non tanto creativa,
una lamentela politico-ideologica,
molti cocktail, qualche birra e fiumi d’inchiostro.
Apparentemente, fatti totalmente slegati tra loro.
Ma andiamo con ordine.

Maggio duemiladieci, Firenze.
I sopravvissuti del corso di fumetti Sottoilponte si ritrovano per brindare alla fine del corso e al futuro di tutti, in attesa dell’esame che potrebbe segnare per sempre la vita di uno di loro.
Una proposta molto vaga ed eterea viene fatta dal guru del corso:
“Una mostra delle vostre opere, la possibilità di farvi insultare da qualcuno che non sia il sottoscritto, il boss della Comics o il fumettistacomunista.
O forse, addirittura una performance al Festival della Creatività.
Chi vuole partecipare?”
Chiamati dalla gloria ed increduli, tutti gli aspiranti disegnatori accettano.
Dopo una settimana, la metà del gruppo ha già scordato tutto.
Ma grazie all’aiuto dei potenti mezzi informatici, la proposta viene spammata tramite mail a tutto il gruppo.
E stavolta, quattro disgraziati accettano l’onere.
L’accordo col Festival viene fatto, rimane un unico problema.
Cosa diavolo fare?!

È il momento di buttare giù idee.
I giovani e non più giovani artisti, con le menti offuscate dai fumi dell’alcool e dai fumetti dei comics, cominciano a ritrovarsi, dopo qualche difficoltà, con un rituale preciso:
ore 19 al REX. Portare sketchbook.
Così, senza la minima idea di dove sarebbe andata a parare, ma aiutata da generose dosi di aperitivi, patatine, crostini, primi piatti, birre, mojiti e cocktail, l’allegra brigata comincia a fare brainstorming.
Le serate ideologiche si affollano ben presto di probabili facce, di strane storie, di balloon formato gigante, di tele chilometriche stese dall’alto in testa a suore di clausura.
Ma non è ancora abbastanza. L’estate arriva e tutto rimane in sospeso, mentre la fatidica data si avvicina.
Finita l’estate, arriva il momento di risvegliare gli ormai sopiti neuroni afferenti con una sana dose di china e SpiritoDaArdere, il tutto versato su papiri e pergamene e pergamene e papiri.
A poche settimane dalla perfomance, finalmente viene definito un progetto.
Il Festival lo accetta entusiasta, con 600 euri di sovvenzioni complessive per materiali.
Spendendone 300 vuol dire che ne restano altrettanti per droghe, vestiti di marca e rave party.
Il progetto c’è, ed è fighissimo: dipingere a pennello dei balloon su delle tele nel cortile delle Oblate, lasciarle riempire ai passanti per qualche giorno e poi dopo disegnare i personaggi che parlano.
Rimane un dubbio: quali personaggi fare?
Ricominciano così le sedute mistiche condite con appuntamenti al REX, patatine, alcol e tanta creatività ma poca voglia di fare.
Volano idee e fogli di carta, e cominciano a delinearsi pochi ed improbabili personaggi, come il Fridacervo e la Scimminchia.
Ma non sono ancora abbastanza, e il popolo chiede spettacolo.
Il guru corre in soccorso, ed usando un antiquato metodo creativo Shaolin, vengono disegnate in Gipipen linee non finite che saranno completate a giro da altri.
Il risultato? Un memorabile esercito di idioti, mostri, folli, creature e personaggi ridicoli, ognuno con un proprio nome ed una storia da raccontare.

Il dado è tratto: la performance è pronta, i personaggi ci sono, i partecipanti anche.
E il tutto a soli due giorni dal Festival.
Non rimane che andare a festeggiare il lavoro compiuto con uno o più brindisi alcolici.
Ma incredibilmente gli allegri ed ebbri Sottopontini si diradano, e rimangono in quattro:
una donna che fa sempre di testa sua, e tre sfigati di tre diverse generazioni.
Si dirigono alla Casa della Creatività, e complici la musica squallida, i cocktail e le menti spremute creativamente, parte il dibattito.
“Casa della Creatività? È solo un posto come un altro dove andare la sera a bere ed ascoltare musica, ma se solo si volesse si potrebbe fare davvero qualcosa di grande e di creativo per i giovani!”

È il guru a rispondere saggiamente alla giovane donna.
-Il guaio è che qui le cose rimangon sempre tutte uguali.
È più facile e più comodo gestire un pub che un centro creativo per ragazzi.
In Italia non si investe sui giovani.
E poi, il problema è che a pensarla così, siamo solo noi quattro coglioni.-
Attimi di sconforto e di giramento, ma il prode sfigato di seconda generazione rompe la situazione con un piccolo origami a quattro angoli, sui quali è possibile leggere, in senso antiorario “4”, “co”, “glio”, “ni”.
Ed è qui che la giovane sbotta: “Come mai hai scritto quattro conigli?”
Matte risate, sorrisi, giramenti di capo.
E quella sensazione che ti fa capire di avere appena assistito a qualcosa di nuovo e di epocale.

È cominciata l’era dei Coglionigli.

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FOTTETEVI

A tutti voi che passate in pista ciclabile a piedi ad occhi chiusi all’improvviso con la testa per aria fottendovene del passaggio delle bici rischiando la vita;

A quelle teste di cazzo del DSU che hanno fatto un sistema di calcolo dell’ISEE che  non funziona e ora hanno fatto delle tariffe per la mensa basate sul reddito che sono una presa per il culo totale perché coloro che guadagno dai 2000 ai 10000 euro al mese non sono minimamente toccati da 120 euro al mese mentre chi guadagna 1500 euro, 90 magari gli cambiano e io ovviamente che rientro inspiegabilmente in fascia media devo pagare la quota massima perché il sistema NON FUNZIONA perché sono registrato e tutt’ora frequentante l’ISIA ma nel database non risulto, sono un cazzo di errore;

A voi macchine lunghe un metro e un cazzo, come le seicento, le cinquecento, le smart, le cazzo di motozappe cilindrata cinquanta che costano quando un diamante sputato da Gesù, che parcheggiate a pettine occupando posti vitali ed essenziali, non solo, prendendo per il culo perché sembra che ci sia parcheggio e invece poi ci siete voi imbecilli che entrereste anche tra una striscia pedonale e l’altra tanto siete piccine;

A quei furbi bastardi che parcheggiano nei posti più impossibili e peggiori del mondo, così lo stronzo che si becca le clacsonate perché si sporge troppo con la macchina perché hanno lasciato la macchina talmente in curva che non si vedrebbero neanche le tette di Cristina Dal Basso, e io sono l’unico imbecille che cerca un parcheggio sensato perché voi siete furbi;

A tutti i finti invalidi, che prendono la macchina del nonno che magari è morto e si vanno a fare i giri in preferenziale, lasciando parcheggi vuoti alle tre del mattino, porcatroia, alle tre del mattino come cazzo ci fanno ad essere QUATTRO parcheggi per invalidi LIBERI?! SABATO SERA?! QUATTRO!! TUTTI NELLO STESSO ISOLATO MAREMMA PUTTANA!! ALLE DUE DOVE CAZZO VANNO TUTTI GLI INVALIDI?! C’hanno le feste a parte? Gli sconti all’ospedale?! Ma no e io devo cercarmi parcheggio;

Ai guidatori miopi come un cinghiale morto, che non riuscite a seguire neanche una fottuta striscia per terra che, porca puttana, le corsie se le hanno inventate un motivo ci sarà, e invece no, voi guidate in mezzo, a sinistra, di sbieco, ondeggiate in qua e in là, occupate tre corsie con uno sputo di macchina perché nessuno vi ha insegnato che non siamo nella fottuta Inghilterra e quindi si guida a destra;
A tutti voi:

sappiate che la mia modalità predefinita non è più disposta a sopportarvi.

FOTTETEVI!

Il pianeta Ancòra

se opera un principio

Et vers quelle planète ce magicien s’est-il envolé?

È passato esattamente un mese.
Un mese da quando il vecchio ha detto “Adesso basta. È tempo di vedere Napoli “.
Chi lo conosce sa cosa vuol dire.
Muori, e poi vedi Napoli.
Oh.
Da quando si è rotto le scatole ed ha mollato tutto.
Ha mollato giacca e cravatta, ha indossato gli stivali ed il mantello, si è seduto a cavallo dell’astuto Zoch e accompagnato dal feroce Noch, è partito.
Verso dove?
Il pianeta Ancòra.
Là dove tutto succede di nuovo, e la natura torna a vivere.
Certo, perché lui tutti quei posti li ha visitati davvero.
Le ha conosciute, tutte quelle persone.
“Salve Maggiore Grubert, posso offrirle un caffé?”
-La ringrazio, ma faccia in fretta perché il collegamento al quarto livello sta per chiudersi-
La Deviazione.
Ho fatto una vacanza di tre giorni a Parigi solo per vedere la sua mostra.
E quando sono arrivato lì, ho ridisegnato il possibile, per poter assimilare in tre ore quello che lui aveva imparato in settanta anni.
Sei ore e mezza, sono stato alla mostra.
E sì che il giro durava al massimo due ore.
Bestemmiando perché non riuscivo nemmeno a capirle, certe cose, perché era un fottuto mostro, quel vecchio.
E scimmiottando il suo tratto per tre ore.

Di concreto, non c’è nulla nei suoi disegni.
Nelle sue poesie di carta.
Sono come sogni disegnati.
Ora c’è che non è più qui.
Ci sono tanti pezzi di lui, che vivranno in eterno.
Ma lui, uomo a cui stringere la mano, non c’è.
Partito per sempre.
E io come al solito arrivo troppo tardi.
Troppo tardi per potergli dire in faccia quanto lo odio.
Ed amo, certo.
Per dirgli che su Faragonescia mi sarebbe piaciuto andarci insieme a lui.
Per offrirgli un Koks, ovviamente strikandolo.

Ma ora che non c’è più, ci sono diverse riflessioni alle quali si può giungere:
Che un sacco dei miei miti e mostri sacri appartenevano agli anni ’70.
Che conseguentemente a questo, io sono vecchio dentro, non ci sono più i miti di una volta, è giusto che facciano furore nei loro tempi e non in quelli dopo (capito, Figli dei Beatles mapporcaputtana?!)
Che i ggiovani d’oggi chi dovrebbero seguire, se tutti i loro guru continuano a morire?
Quel bastardo infame di Bastién? Sì, ce l’ho con te, frhanscesino di mmérhd.

No.

Non è questo.
È che dobbiamo imparare da loro.
Prendere tutto quello che ci hanno insegnato e trasformarlo in qualcosa di più.
Se loro sono stati i nostri miti, perché non diventare noi stessi dei miti?
Farsi il culo perché qualcuno si ricordi di noi, e un giorno ci dedichi un fumetto, o un blog, ammesso che esistano ancora.
Ci vuole talento, e molto lavoro anche.
E allora, diamoci da fare.

Ciao Jean, questo è per te

E mentre pronunciava quelle parole, si rese conto, così, d’un tratto, che il suo amico non era più divino di quanto lui stesso non fosse.
“Senza limiti, eh, Jean?” Pensò. “E va bene. Giorno verrà che ti comparirò davanti, all’improvviso io, sulla tua spiaggia, per insegnarti una cosetta o due, amico mio!”

Non avere paura

Dal Blog di Cosimo Lorenzo Pancini:

[Succede che ho in testa una citazione, che dice: “La paura non è un’emozione, è un difetto”. E succede che non so, sinceramente, se l’ho sentita dire da qualcuno o me la sono immaginata, o sognata. Il che imporrebbe, per paura d’una indebita appropriazione, il silenzio. E invece.]

La paura è quella cosa che stai per, e invece no.

Una cosa che impari da piccolo, in virtù del sillogismo banale che se un fuoco scotta, tutti gli altri lo faranno.
Quando diventi adolescente, poi, la paura credi di non averla più, semplicemente perché ci sei dentro fino al collo.
E se sei un giovane artista, un giovane creativo, uno che casomai vorrebbe lavorarci, con l’arte – ecco – la paura diventa il tuo peggior nemico.

Sei giovane, e hai paura del mondo, e della tua inesperienza.
Sei un creativo, ed hai paura di non esserlo abbastanza.
Vorresti fare dell’arte una professione, e hai paura di fallire.

Quando hai paura, e sei abbastanza intelligente da capirlo, la tua unica arma di difesa è l’ironia.

Diventi ironico ed autoironico, prendi in giro te stesso ed il mondo, e vai avanti.

Bella cazzata.

Tipo: quanto ci piaceva ridere pensando al modo in cui una volta eravamo stati presentati da Debora, per via del fumetto pubblicato in Francia: “Loro sono Cosimo e Alberto, due artisti quasi famosi”. Quel “quasi” ci faceva tanto ridere, ce lo ripetevamo tutte le volte che sentivamo il bisogno di vincere il sospetto orribile di non essere abbastanza bravi da avere successo. “E se sei tanto bravo, com’è che non sei ancora famoso?” – era un’altra battuta che ci piaceva tanto. Veramente tanto.

Così, lasciavamo aperta la porta alla paura, credendo d’addomesticarla con l’ironia. Pensando che effettivamente eravamo in grado di osare – sì – purché accompagnati da quella bestia instupidita dal pensiero del fallimento.
Meglio un successo piccolo ma sicuro che un futuro nebuloso e pieno di rischi.
Meglio un uovo oggi che una gallina domani, insomma.

Negli affari, allo stesso modo, ci dominava la prudenza saggia che impone di spendere mai più di quanto si prevede di guadagnare. Solo più tardi qualcuno ci avrebbe rivelato che il segreto di un imprenditore di successo sta nella capacità di dormire sui propri debiti.
E non per incoscienza.
Per mancanza di paura.

Di fronte ad un’accoppiata limoncello e birra Joe Sorren aggiunse che la paura – nel lavoro, nella creatività, nella vita – ha una sola funzione: quella di indicarci la strada giusta da seguire. Quell’idea che sembra sbagliata, quella strada che sembra deviare, quello scoglio che verrebbe voglia di fermarsi.

Quello scoglio che verrebbe di fermarsi, e invece.

E invece: oltre la paura, quell’inebriante senso di saltare nel vuoto, senza rete. In quell’ignoto dove ci aspetta – immenso – il fuoco freddo di una nuova idea.

Una nuova idea. Uscire dai propri standard, dalla propria “zona di comfort”.
Se non parli mai con gli sconosciuti, ne sarai sempre circondato.
Se continui a fare quello che hai sempre fatto, continuerai a ottenere quello che hai sempre ottenuto.
Sempre più spesso mi rendo conto che la paura altro non è che la paura dell’ignoto.
Tutto ciò che non conosciamo, ci spaventa.
È semplicemente così.
Non è riduttivo.
Dietro quella porta socchiusa, chi ci sarà? Uno zombie assetato di sangue, mentre di sottofondo una musica inquietante va crescendo? Non lo so.
Le montagne russe si romperanno a questa velocità pazzesca, e noi finiremo nel vuoto? Forse.
Mi ha detto che mi deve parlare, mi vuole mollare? Può darsi.
Incognite.
La paura, il non sapere dove siamo, ma soprattutto dove stiamo andando a parare, ci accompagna ogni giorno.
È questo il vero passaggio tra l’infanzia e l’età adulta.
Di botto, ti rendi conto che tutto ciò che non conoscevi e non potevi spiegare non poteva esser più spiegato neanche con le parole sacre della mamma.
Ad un certo punto, i tuoi tabù crescono, le domande si fanno troppe.
Ed il tuo non capire un cazzo di quello che ti circonda si fa troppo pesante, al punto che non capisci nemmeno te stesso, diventi uno sconosciuto nel tuo stesso corpo, e sei spaventato a morte.
Adolescenza, la chiamano.
Man mano che si cresce, che si diventa adulti, le paure tendono ad assottigliarsi. O così credono loro. Anzi, tu.
Alcune vanno via davvero, altre le nascondi sotto un tappeto; oppure ci sono quelle che credevi paure, e invece ora ti accorgi che ti sei fatto angosciare da niente, da minchiate; ma se ci ripensi, a quanto eri spaventato, non riesci quasi a crederci.
Ma la maggior parte rimangono.
E molte si trasformano anche.
La paura di sentirsi dire di no da quella ragazza. Perché potrebbe anche dirtelo, di no. Ma la paura del non sapere la risposta che darà è molto più forte della curiosità, e finisce che non le dici niente.
E poi, quelle che ti accompagnano sempre.
“Avrò fatto bene? Avrò fatto male?”
Chissà, se quella era la strada giusta. La scuola giusta.
La scelta sensata da fare.
Paura di sbagliare.
Paura di rendersi conto di aver buttato 5 o più anni della propria vita alle ortiche, e ritrovarsi d’improvviso spiazzati, perché quello che davvero volevamo fare non lo abbiamo capito, abbiamo studiato tutt’altro, e ora chi ce lo spiega come funziona il mondo?
Arrivare a 45 anni e svegliarsi una notte in preda all’ansia, perché “era questa la vita che volevo, che ho costruito pezzo per pezzo? Sacrificando il me presente per un ipotetico me felice futuro? E se non era questa, allora quale era? Quale, delle mille possibili?”
La scelta giusta.
Essere apprezzati dagli altri, paura di essere inadeguati, il continuo bisogno di certezze.

Paura.
Sconosciuto.

Nessuno di noi pensi di esserne immune.
La paura ci accompagna, ogni giorno.
Ed è una strenua e dura lotta tra noi e lei, loro.
Chiedersi continuamente se quello che stiamo facendo vogliamo davvero farlo, e perché.
Se tutto questo ne valga davvero la pena.
Non esiste uomo o donna che non sia accompagnato dalla paura.
Chi lo fa, non è un incosciente, non è una persona coraggiosa.
È uno stupido, o meglio, una persona che finge di non capire.
Perché è conoscere le nostre paure, imparare a dominarle, a conviverci, sapere che ci sarà sempre qualcosa di sconosciuto per noi, è questo che ci spinge a vivere.
È l’eterno dubbio, la continua ricerca di una conferma al senso delle nostre azioni.
È affrontare, ogni giorno, il rischio che ci sia qualcosa che non va, qualcosa di sbagliato.
Qualcosa che potevamo fare diversamente, e che potrebbe non esser la scelta giusta di oggi per domani, e chissà se domani sarà ancora quella giusta.
È riuscire a non farsi schiacciare dal peso di una responsabilità, che di incerto ha solo infinite strade possibili.
Imparare.

Imparare a non lasciarsi travolgere dall’onda, ma a cavalcarla.