Frusciante

Un piede, muovi la gamba, poi l’altro piede.
In piedi, colpo di gambe e via.
Non esistono motivi per non scegliere la bicicletta.
Lo sapeva bene, lui.
Con lo zaino sulle spalle e la testa un po’ meno, lui pedalava.
E mica era mero esercizio fisico, eh.
Era molto, molto di più.
Perché ogni volta che inforcava quel fedele destriero, si sentiva un po’ più vivo.
Un po’ più libero.
Certo, dopo un po’ gli facevano male le gambe.
Ma era un dolore appagante, sentire i polpacci e le cosce tirare come degli elastici.
Era pura potenza, lui.
Quando doveva alzarsi la mattina, bastava poco.
Zaino in spalla, via il lucchetto, cuffie nelle orecchie e via.
Perché con la musica giusta, lui e quella bici potevano arrivare dappertutto, dappertutto dico.
“Sei più libero, no?”
Mi diceva sempre.
“Che te ne frega a te dei sensi unici, dei semafori, di andare a dritto o sterzare all’improvviso, delle macchine che, santoddìo, strombazzano e fanno un casino della madonna, e poi porca di quella miseria e dei loro gas dei tubi di scappamento…”
Ma col dovuto rispetto, intendiamoci.
Tranne per quelli che vanno a piedi in pista ciclabile.
O quelli che ci finiscono in mezzo con la testa per aria.
Tutti sognatori, no, che prendono e si buttano in mezzo alle ruote di una bici, oppure te suoni e loro non si spostano, non si spostano neanche se gli vai dritto addosso….
Per carità, uno che va in bici queste cose le sa. Tutti i ciclisti sono un po’ sognatori, con la testa tra le nuvole.
Ma un po’ di attenzione, almeno.
E rispetto, poi.
Libertà, diceva, ma diceva anche che lui, fastidio agli altri, mai.
Poteva mettere sotto stress la bici, lui.
Rischiava, oh se rischiava! Ma solo per se stesso, mica anche gli altri.
Se c’era da rischiare, lo faceva solo per sé, ma a quelli intorno lui un occhio ce lo buttava (due se c’erano belle ragazze).
Però gli altri se ne fregavano.
E lui allora diceva “Tanto prima o poi uno l’investo, ma non lo faccio perché son troppo buono..”
E non ce l’ha mai fatta davvero, alla fine.
Quante smadonnate gli avevo sentito tirare.
Per tutte le buche che beccava e che rischiavano di ribaltarlo.
Per tutte le catene che gli erano saltate! Alcune senza senso, così, perché gli prendeva anche a lei, povera catena sporca di morchia, quel guizzo di libertà e allora “alé, via si parte!” e giù katacrash! e moccoli e porcadiqui e porcadilà e scendi dalla bici e gira la bici e “Sono in ritardo eccheccazzo!” e le mani sporche unte di grasso.
Quante volte gliel’avevo visto fare…
Eh, ma poi ripartiva come un lampo.
Pigiava su quei pedali.
Più veloce di prima, perché aveva perso tempo.
E poi quante bici aveva rotto, divise a metà, freni rotti, rotta l’asse, le ruote.
E le gomme cambiate? Non le contiamo nemmeno.
Ma a cambiarle da solo non aveva mai imparato.
Lui e la bici.
Ogni tanto glielo richiedevo, perché andava sempre in bici.
E ogni volta se ne usciva con un motivo nuovo.
Perché se bevo, e io bevo, poi nessuno mi deve rompere il cazzo.
Perché sono libero, vado dove voglio, faccio quello che voglio. Già la vita è una continua costrizione, almeno la libertà in bici me la vogliono lasciare?!
Perché almeno non consumo niente, e respiro.
Perché se alzo la testa per aria vedo sempre dove sto andando e chi e cosa ho attorno, e posso vedere angoli di muro della città che non avevo mai visto prima.
Ma il momento più bello era quando ti parlava dell’equilibrio.
Lì sì che rimanevi incollato alle sue parole con gli occhi lucidi, mentre i suoi cominciavano a splendere, giuro, a splendere. Lo vedevi traboccare passione, e potere anche.
Mi diceva “Vedi, la vita è una questione di equilibrio. Non sembra, ma siamo tutti equilibristi. Ci muoviamo continuamente sul filo di un rasoio, e dobbiamo sempre fare attenzione per non tagliarci, perché basta poco e scivoliamo, e ci tagliamo, o peggio, caschiamo nel nulla. E dobbiamo saperci fare i conti con questo. E il modo migliore è usare quelle gambe che abbiamo e pestare su quei dannati pedali.
Chi usa la bici non ha niente da invidiare ad un pattinatore, anzi, sembra di fare pattinaggio con delle scarpe di vetro.
Perché prima un pedale e poi l’altro, sei sempre in equilibrio, e il tuo corpo e la tua mente e la spinta che imprimi sui pedali determina minore e maggiore equilibrio, e perderlo, in bici come nella vita, è un attimo.
Filare a settanta all’ora sui viali superando le macchine e superando gli idioti rinchiusi in quelle gabbie di vetro e gomma e lamiera, è vita, è saper convivere con il rischio di cadere che abbiamo ogni giorno.
Sentire il vento tra i capelli, il caldo che ti avvolge e il sudore che ti bagna poco prima di entrare in aula e la gente ti guarda male e te dici che sei venuto in bici e quelli ti guardano ancora peggio, vale tutto l’oro e tutto il petrolio del mondo.
Può sembrare facile no, sfrecciare in bici per la città, prendere le curve piegando e sentendo i polmoni stridere e il ginocchio che sfiora l’asfalto. E fregarsene di tutto e di tutti.
Ma non è così che si fa.
Non è così che si vive.
Prendi una bici, e ti dimostrerò come si vive.”
Questo, mi diceva.
Lui, che incidenti non ne aveva mai fatti, in 23 anni di vita.
Mai.
Lui che rischiava sempre e solo per se stesso.
Ce l’avevano fatta, alla fine.
Aveva combattuto fino in fondo, spirito libero com’era, aveva provato a non dargliela vinta.
Era rimasto in equilibrio, c’era rimasto con tutta la forza che aveva, c’era rimasto finché aveva potuto.
Ma alla fine, la ruota del destino aveva girato anche per lui.
E scommetto che la sua ruota era un cerchione coi raggi tutti storti…
Ogni tanto mi sembra di sentirlo ancora scampanellare sotto casa mia, quando passava a salutarmi…

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