Una tromba muta, però dance e un po’ kitsch

Si alzava sempre ascoltando il suono di una tromba, la mattina. Non proprio sempre, ma spesso. Era la sua sveglia. Una vecchia canzone di quando era troppo giovane per ricordarsi le canzoni, e infatti l’aveva ritrovata e se la ascoltava fino alla nausea.
È che non sempre si svegliava. Aveva cominciato a mettere la tromba accanto al letto, ma si svegliava e la spengeva e si rimetteva a dormire. Dopo un po’ aveva cominciato a non svegliarsi proprio; la spengeva nel dormiveglia.
Allora la metteva sulla scrivania, così che doveva saltare giù dal letto (a castello) e andare a spengerla. Per un po’ aveva funzionato. Poi però aveva cominciato a tornare a dormire dopo che si era buttato giù dal letto. Prima ogni tanto, poi sempre più spesso.
Allora aveva autoimposto al suo cervello che, quando si alzava la mattina, se ne andava dalla camera. Così gli passava il sonno.
E per un paio di giorni aveva funzionato.
Poi però si era accorto del divano.
E tanto cinque minuti sul divano cosa vuoi che siano.
Così aveva cominciato a dedicarsi al caffè. Uno la mattina, e stop. Poi la moka da due, e stop. Poi la moka da due e ogni tanto un caffettino all’università, macchiato.
Poi aveva smesso per un po’, poi aveva ricominciato uno alla mattina, poi moka da due, poi moka da due e all’università, macchiati, e ancora stop.
Poi aveva cominciato col guaranà.
Una pasticca alla mattina, e moka da due.
Due pasticche alla mattina, e moka da due.
Due pasticche alla mattina, una di ginseng e moka da due.
Due pasticche alla mattina, due di ginseng e moka da due.
Una o due alla mattina, due o tre di ginseng e moka da due.
Una o due alla mattina, due o tre di ginseng e moka da due e uno ogni tanto all’università, macchiato.
Poi aveva smesso.
Era arrivata l’estate, un caldo boia e una valanga di cose da fare.
E giù di caffè shakerati.
Uno alla mattina.
Uno alla mattina, uno normale il pomeriggio.
Niente più guaranà o ginseng, né guaranà e ginseng.
Però uno, anzi due o tre visto che sono moke grandi, la mattina; e di pomeriggio, aveva perso il conto. Una volta cinque in un giorno, tipo.
E ci credo poi che era nervoso.
Ma non proprio nervoso, perché in realtà si incazzava un poco più facilmente, ma possiamo fargliene una colpa? E come facciamo a sapere che era proprio il caffè a renderlo nervoso?
Cazzo, ci sono miliardi di motivi per essere nervosi al giorno d’oggi, non è detto che il caffè sia per forza la motivazione principale.
E poi aveva ancora sonno.
Così capitava che si svegliava la mattina più tardi del previsto. Non troppo, però più tardi.
Sempre ascoltando il suono di una tromba, la mattina. Non proprio sempre, ma spesso. Era la sua sveglia. Una vecchia canzone di quando era troppo giovane per ricordarsi le canzoni, e infatti l’aveva ritrovata e se la ascoltava fino alla nausea.
E a dire il vero, era un po’ kitsch.
Un po’ molto kitsch.
Ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta.

 

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...